venerdì 22 novembre 2013

Verissimo - puntata del 23-11-2013 con la lettera di Fabrizio Corona, Gigi D’Alessio, Xosé Barato, Manuela Arcuri, Luca Napolitano

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Sabato 23 novembre 2013 alle 16.00 su Canale 5 nuovo appuntamento con Verissimo, il talk show condotto da Silvia Toffanin e con Alvin, Jonathan e Daniele Bossari.

Nel corso della puntata sarà ospite in studio il cantautore Gigi D’Alessio, che anticiperà ai telespettatori tutte le novità sul suo nuovo show “Questi siamo noi”, che andrà in onda lunedì 25 novembre in prima serata su Canale 5, condotto in coppia con la sua compagna la cantante Anna Tatangelo, con tanti ospiti big della musica italiana ed internazionale.

Ospite della puntata anche l’attore Xosé Barato, noto al pubblico di Canale 5 nell’interpretazione di Don Alberto Guerra, il medico della soap opera spagnola di grande successo “Il segreto”, che da domenica 24 novembre sarà trasmessa in prima serata sulla rete ammiraglia Mediaset.

Ospite di “Verissimo” anche l’attrice e showgirl Manuela Arcuri, che si racconterà per la prima volta in una lunga intervista dopo aver dato la notizia di aspettare il suo primo figlio dal suo fidanzato, l’imprenditore edile Giovanni Di Gianfrancesco.

Protagonista della rubrica “Servizio a richiesta”, questa settimana sarà il cantante Luca Napolitano, lanciato dal talent show “Amici di Maria De Filippi 8”, dove si è classificato al terzo posto.

Nel corso della puntata si tornerà a parlare anche del film campione d’incassi di questa stagione, “Sole a catinelle” con protagonista Checco Zalone: oltre 43 milioni di euro di incasso in soli 18 giorni; attualmente terzo film dal maggiore incasso di sempre in Italia, dopo “Avatar” e Titanic”.

In esclusiva per “Verissimo” la lettera che Fabrizio Corona ha scritto dal carcere alla redazione del programma e l’intervista alla mamma di Corona, la signora Gabriella.

«A chiunque incontro e mi chiede come sto, rispondo sempre la stessa cosa: “Sto bene, molto bene”. Ma risponderei così anche dopo 30 coltellate, sanguinante, in fin di vita. Ho sempre risposto così, a tutti. Penso che dopo la scoperta di una grave malattia, il carcere sia la cosa più brutta che possa accadere ad un uomo. È la realtà dell’inferno in terra, dove colpevoli e innocenti sono costretti a vivere in condizioni vergognose e disumane nell’indifferenza istituzionale.

Io però, in questo momento, non provo più rabbia, né rancore per chi mi ha condannato e inflitto questa pena così eccessiva e così assurda, ma anzi lo ringrazio perché mi ha dato la possibilità di capire tante cose, mi ha aiutato a riconoscere i tanti sbagli, ad ammettere gli errori, a guardarmi dentro, nel profondo della mia anima e a capire finalmente, a quasi quarant’anni, chi sono e cosa voglio veramente.

Il mio avvocato mi dice sempre: “Sii forte del fatto che ciò che è giusto alla fine vince”, e io continuo a combattere come ho fatto dal primo giorno che sono entrato in questo nuovo mondo, con questa nuova vita, per dimostrare che nei momenti di difficoltà si deve niente affatto ripiegare le ali, abbassare il tiro, ma anzi, tentare di rilanciarsi lavorando sui propri margini di miglioramento e sulla riscoperta dei valori veri e dei sentimenti come l’orgoglio e il coraggio, perché alla fine, quello che conta veramente (nothing else matter) è il carattere e il cuore che metti nella tua vita.

Bisogna saper rispondere alla disperazione con un sorriso di sfida e il dito medio alzato. E questo, oggi, deve essere d’esempio e di aiuto ai molti che pensano di non farcela e decidono di lasciarsi andare… Io non l’ho fatto e mai lo farò!

Stare in prigione in questo paese è come morire lentamente, ma io continuo a vivere lo stesso, di notte, nei miei sogni, anche attraverso i ricordi di quella che è stata la mia incredibile vita: le tante emozioni provate, il grande amore dato e quello ricevuto, convinto, ancora oggi, che i sogni, se li desideri veramente e fai di tutto per raggiungerli, prima o poi diventano realtà.

Oggi, chiuso dentro la mia cella, la numero 1 del primo reparto del carcere di massima sicurezza di Opera, guardandovi seduto dal mio sgabello di legno mezzo rotto, attraverso un minuscolo televisore degli anni Settanta, voglio vedere mia madre sorridere: ha già pianto e sofferto troppo.

Un bacio e un ringraziamento speciale a te, Silvia. Con affetto»