giovedì 5 giugno 2014

Mi è sembrato di vedere un Blob, non condotto e tantomeno presentato da Flavio Insinna venerdì su Rai 3

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Venerdì 6 Giugno 2014 alle 21.05 su Rai 3, soltanto per una sera Blob prova a farsi e disfarsi in diretta ricapitolando alcuni momenti salienti della sua storia, che si sovrappone alla storia della televisione (e non solo) dell’ultimo quarto di secolo, trasmettendo Mi è sembrato di vedere un Blob. Un Blob lungo 25 anni (o forse solo 25”). Non condotto e tantomeno presentato da Flavio Insinna.

Dalla caduta del muro a Matteo Renzi e la frantumazione del PD, da piazza Tienanmen alla mortadella di Funari, dalla fine ingloriosa di Ceausescu a “Chi…Ciro?...” di Sandra Milo, da Mani Pulite a “non è la Rai”, dalle stragi di mafia a “il cielo è azzurro sopra Berlino”, dal Grande Fratello alle Torri gemelle, dal G8 di Genova e alle dimissioni del Papa...

Frammenti dispersi di memoria involontaria che Blob ha colto nel corso di questi anni e che una folta e variegata pattuglia di ospiti in studio arricchirà con le proprie testimonianze, aneddoti, commenti a caldo, interpretazioni e re-interpretazioni in diretta.

Enrico Ghezzi racconta 25 anni di Blob

«Mi è accaduto di montare (dopo i primi dieci giorni di “prove” e dopo la prima settimana di messa in onda, col mitico inizio fatto da me e da cirogiorgini) tra centocinquanta e duecento blob, con cadenza settimanale e poi progressivamente rarefatta. Anche se ci fu -anni dopo- un mese di frequenza quotidiana subito dopo l’11 settembre dell’attacco alle twin towers, quando fui “comandato” alla presenza continua, con intento vagamente punitivo e con il richiamo a una funzione dirigenziale di controllo, dopo il “famoso caso” della pubblicità “inopportuna” del granapadano. La pena comminatami mi eccitò in effetto di un entusiasmo quasi cinico: ero condannato a fare quel che in televisione (e alla radio, e al cinema) mi piaceva più ingenuamente e genuinamente, esercitare col massimo di evidenza il gioco di montare e smontare macchine e meccanismi di immagine che avevano già reso magicamente e terribilmente corto e breve e nonfinito e infinito il Novecento (secolo di una brevità che non finisce di estenuarsi durare resistere sospendersi rinviarsi). Per quanto mi riguardava, si trattava, pur esibendo una valenza (credo) sincera di critica dura alla società dello spettacolo, di assumere in essa un ruolo di “sovrintendenza” alla funzione e finzione della fase culminante dello spettacolo, tanto assottigliata acuminata velata (da una garza impalpabile e perfettamente trasparente) da sparire in un gioco retorico vertiginoso per cui l’ambiguità assoluta dell’immagine si coniugava con una sorta di materialismo dell’immateriale virtuale zombo spettrale. Lo svanire di quel che ci passa(va) davanti in parata senza fine, l’indifferenza che ci fossero o no spettatori per il naufragio permanente e per le catastrofette danzanti del capitale, ci inquietavano proprio per l’aspetto comico della situazione, per lo “sparare” (che nell’inglese si dice “to shoot”, con lo stesso termine che sta per girare/filmare) infine capace di condensarsi rovesciato fino a sdoppiarsi fatalmente nella prima persona plurale dell’indicativo presente (se si vuole anche lievemente esortativo), identica per “sparare” e per “sparire”: SPARIAMO.
Naturalmente, l’abbandonarsi all’hybris e al godimento del montaggio permanente, allo scartarsi e riincartarsi del mazzo (di carte pur subito troppo usate anche se appena aperte), è un piacere illusorio, un perpetuarsi di antiche pratiche retoriche e di credenze “artistiche” e di ideologie d’autore. Il tutto bagnato nello stupore dell’onnipotenza, nel poter cambiare indefinitamente di senso a tutte le f(r)asi del raccontarsi del mondo, in una posizione di vaghezza musicale certificata dalla più intensa e garbatamente spietata delle illusioni, il TEMPO. Non starò a stender qui la lista di nomi e di titoli evocati rivendicati amati ammirati vomitati digeriti, la troverete tra le Note che seguono qui sotto. Lista anch’essa illusoria vanesia micronarcisista o “narcisismica”, e comunque “appesantita” dalle radici stesse cui fa riferimento. Pur ammirando - proprio nella sua stessa tenera e spesso onesta “vanità” - la vanità autoriale diffusa che ogni blob può indurre, sono arrivato da troppo poco a “vivere” la situazione del giocolavoro con la magnifica ossessione delle immagini come una dimensione (l’agognato 3D e i suoi multipli?) di SpazioZero che contiene -addensati da una sorta di forza di gravità (che muove le immagini almeno quanto il sole e le altre stelle)- tutti gli stati apparenti sovrimpressi del mondo. Pateticamente, a chi cerca informazioni, dico che mi definirei RI-AUTORE (di tutto e di nulla). Poi, sempre per gioco, dirò che (più di tutte le cose e i giochi che inanemente e automaticamente mi aiutano o mi ingiungono di anagrammare il mondo e tutti i mondi) mi infiamma (ma non ancora mi sazia) esser stato (presto o tardi fallito il sogno anarcomunitario) un ridicolo resistente scomodo “motore immobile” (grazie al quale programmi come Schegge FuoriOrario Blob si son “potuti fare”. Solo (?!?) questo, di 25 anni di programmi, il fantasma che sono (di Uomo che non volle farsi autore né mai programmare) potrebbe rivendicare con fierezza)».

Dammene troppa

«I- “Dammene troppa”, dice il bambino indicando alla mamma il barattolo della marmellata, nel sublime aforisma di chamfort.
II- Aldilà del montaggio, scelta automatica per un programma universalmente definito “di montaggio” (o di stornamento/détournement, rimontaggio critosituazionista, eccetera), e che ha anzi trovato e esplicitato direttamente il dissolversi e sminuzzarsi frattale del montaggio tra infiniti punti nell’immagine stessa, più intensamente e misteriosamente che tra un’immagine e l’altra
III- Se fossi un pellerossa, e sempre pronto, e sempre vibrante sopra il cavallo in corsa, cavalcando, sulla terra che vibra, fino a non servirmi degli speroni, poiché non c’erano speroni, fino a buttar via le redini, poiché non c’erano redini, e vedessi appena la terra davanti a me come un prato mietuto di fre. Già senza collo di cavallo e testa di cavallo.” (IL DESIDERIO DI DIVENTARE PELLEROSSA, di kafka).
IV- Non è il montaggio l’opera del secolo e del millennio, il linguaggio di cui si ammanta, l’ultimo gioco in città. Ma la Registrazione. Non c’è suono, gesto, batter di ciglia, processo, immagine che non sia registrata, o che non voglia registrarsi alla gran fiera del replicarsi. Il pulviscolo dell’ininterrotto sempre più infinitesimale, che reti a maglie sempre più strette cercano di avvertire intercettare imbragare.
V- Nell’aura del brusìo digitale ultimo, in cui la ricerca del Capolavoro Sconosciuto (balzac) si scinde e annulla nella nube della non-conoscenza, il Capolavoro Riconosciuto si nasconde incessantemente dietro se stesso.
VI- Ogni volta che mi si chiede una selezione di Blob, la risposta è quasi sempre (anche dopo averci molto pensato, o soprattutto):  TUTTO, si, terrei “tutto”, è la selezione migliore.
VII- Soltanto non si cerchi nulla dietro i fenomeni; essi stessi sono la dottrina”  (goethe)
VIII- Ogni entità, ogni preteso soggetto e immaginata bellezza,si portano dietro un clash riverberante di ombre digitali, nelle quali -già annegati- non abbiamo bisogno di gettarci, e lo specchio si agita e aleggia dentro di noi.
IX- Sono grumi spezzati del repertorio dell’umana razzaccia. Collage geniale se non premeditato e manipolato; orrendo se selezionato meticolosamente. È un trovarobato umanoide che va vissuto e visto per quello che è. È al di là della cultura. Per BLOB conta la cultura di chi guarda e quanto vali lo capisci guardando”. (carmelobene)
No, non posso fare un blob. Blob mi piace quando è idiota e ozioso, non si capisce dove va a parare, non ha necessità d’autore (federicofellini)
X- Non poteva essere un “programma”, questa serata exblob in diretta con tutti e con nessuno. Il programma, il pre-scritto, la scaletta da seguire. Quando il direttore di rete andreavianello ha  accettato la proposta della serata (anche se certo non è ancora convinto della necessità di una diretta), siamo rimasti sorpresi, quasi sgomenti e infine anche tra di noi scissi di fronte allo scibile tv che ci si squaternava davanti. Proposte di giochi a premi, di gare canore, tenzoni tra i momenti più  belli di blob. O la tentazione della parata di persone e personaggi, infinita e sempre da riprendersi dall’inizio, a palindromo. A me sarebbe banalmente piaciuto fare un “reality show” su questa situazione del programma impossibile per il programma più improvvisato della tv. O forse anche tutto il resto, riandando con blob verso il “tuttoblob” che la tv ci si rivelò all’istante essere. MI È SEMBRATO DI VEDERE UN GATTO.
Blob è quell’ombra che la coda dell’occhio non può vedere ma non può non intravedere. Il sospetto che qualcosa esista o che addirittura noi.
XI - e forse un PREMIO lo daremo anche noi, alla fine di un tentativo di fattografia postfuturista e filmica alla cui “conduzione” sono convocati tutti (e a Insinna voglio confessare che a mia mamma piacque subito tanto, pacchi compresi).
XII- Lascaux Balzac Warhol Warburg LeviStrauss Sterne Poe RimBaudelaire Debord Schwitters DeleuzeDerrida Lucrezio Lomax DylanGodard Blumenberg Eckart BatailleBlanchot Hawthorne, Nabokov I Presocratici ChestertonJuandelaCruz Benjamin Kafka e almeno novecentonovantanove altri e mille cineasti periti e trionfanti risorti nella lotta e usciti ora senza ricerca nell’alba; e insomma, chi più ne ha più ne TOLGA.
XIII- “Non c’è nessuno tranne noi (e i) mostri” (dal film BLOB, di yeaworth). Ciao, ZAUM!» (Egh)